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La fine del canto

(di Dovid Bergelson - Marsilio 2001)

 

 

Ecco un romanzo che rientra a pieno titolo nella tradizione letteraria mitteleuropea di origine ebraica. Per l'ambientazione, per la piacevolezza narrativa in un perfetto equilibrio tra descrizioni e dialoghi, per il senso di insoddisfazione e di fuga che in qualche modo ricorda l'eterna ricerca dell'ebreo errante. 

 

Protagonista del romanzo è Mirele, una bella e giovane donna che vive in uno shtetl dell'Europa orientale d'inizio Novecento. Anche se intorno a lei il mondo sta cambiando, le sue giornate scorrono monotone: la vita di provincia, opprimente e restrittiva, è una costrizione intollerabile da cui Mirele sogna di fuggire. Così si lascia corteggiare da uomini perdutamente innamorati, attraverso i quali cerca e s'illude di poter trovare una definizione della propria identità.

 

L'interruzione sistematica di tutti i rapporti e del fidanzamento, una dolente necessità per Mirele che non trova corrispondenza tra aspirazioni e realtà, viene momentaneamente sospesa da un matrimonio frutto del caso e di una ormai inerte indifferenza. Ma neppure il trasferimento in una città più grande porta i cambiamenti sperati, cioè quel cambiamento di vita e di abitudini che la giovane donna si illude di trovare.

 

È lo specchio di una società che cambia, di un mondo che si sta esaurendo, ma che ancora non conosce il proprio futuro. Mirele è un personaggio destinato a perdere, ma la sua eccezionalità è l'essere una donna non passiva, ma comunque spinta dalla necessità del cambiamento e dall'urgenza della modernità.

 

 

 

 

 

 

 

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